Si è sempre pensato e detto che i licei siano il fiore all'occhiello della scuola italiana e non a caso gli studenti più brillanti delle scuole medie vi si iscrivono. Raramente quelli bravi non si iscrivono e non vengono invitati ad iscriversi ad un liceo. Perché iscriversi al liceo, visto che questa scuola non ti insegna alcun mestiere e non ti rilascia un titolo di studio buono per cominciare a lavorare? Si dice che lo scopo del liceo sia quello di formare il ragazzo ed insegnargli ad essere un cittadino. Tuttavia, come formare un cittadino senza insegnargli le nozioni del diritto, l'uso dei più importanti portali internet istituzionali, il senso e l'impegno civico? Perché si ritiene che letteratura, filosofia, storia, latino, greco, matematica e nozioni di scienze siano in grado di formare il cittadino?
La mia risposta è che la scuola superiore italiana non è ancora riuscita ad allontanarsi dal modello classista a cui si ispirava in origine. Cosa è accaduto, infatti, a partire dagli anni '60? E' accaduto che il sistema educativo delle classi superiori è stato esteso a quelle inferiori e basta. Pensiamoci bene. Una volta non esistevano scuole pubbliche e gli unici che potevano istruirsi erano i nobili e i benestanti di estrazione borghese. Essendo stati i preti gli unici eruditi per molto tempo, nobili e benestanti affidavano l'istruzione dei loro figli a costoro. Cosa potevano mai insegnare i preti? Quello che per i loro tempi era la conoscenza e quello che serviva a loro per poter essere preti. Quando furono creati i licei pubblici, essendo la "Cultura" costituito da questo patrimonio tramandato dai preti e da qualche nuova scienza scaturita dal 700 illuminista, ovviamente i programmi ministeriali non potevano che prevedere la perpetuazione degli tradizionali insegnanti. Anche perché non vi era altra "cultura" al di fuori di quella, allora.
Rendiamoci, adesso, conto che al giorno d'oggi essere "acculturati" non serve proprio a nulla. In primo luogo perché oggi non si esce dalle scuole superiori "acculturati", dato che gli altri non sono più contadini analfabeti. In secondo luogo perché essere "acculturati", ma non sapere affrontare la complessità sociale, relazionale e tecnica della vita odierna, significa creare nel giovane un'idea sbagliata di sé stesso in un contesto profondamente differente da quello proposto dalla scuola.
Vero è che la scuola non deve limitarsi ad insegnare mestieri, ma altrettanto vero è che non si possono avere buoni cittadini senza insegnare ai giovani come affrontare il contesto sociale nel quale dovranno inserirsi. Questo contesto sociale è fatto di norme di diritto, di tasse da pagare, di servizi pubblici, di politici da votare, di offerte di lavoro alle quali debbono corrispondere competenze reali e non solo certificate, di fake news da riconoscere.
Insomma, se la scuola italiana vuole essere utile a qualche cosa, piuttosto che pensare a raggiungere gli obiettivi tramite autovalutazione - e poi temere e lamentarsi delle prove INVALSI che smascherano la verità sullo stato dell'istruzione degli studenti - dovrebbe consentire a tutti gli studenti di imparare un lavoro (magari non a 13 anni, ma a 16 sì), formare una coscienza sociale attraverso quelle discipline con cui è possibile raggiungere questo scopo; infine e a titolo d'esempio, insegnare ai ragazzi come scrivere un CV, inviare una e-mail, iscriversi ad un concorso.
Tutto ciò può sembrare ovvio, ma ovvio non è, dato che da anni la maggiore preoccupazione degli addetti al settore sembra essere costituita dalle graduatorie, dalla stabilizzazione del personale, dalle classi di concorso e da tutto ciò, in pratica, che riguarda solo gli interessi dei dipendenti della scuola e non quello degli studenti e della collettività.

