sabato 8 agosto 2020

Credo che voterò contro la proposta referendaria

Nei giorni 20 e 21 settembre saremo chiamati ad esprimerci sulla proposta referendaria relativa al taglio dei parlamentari. Ho pensato lungamente a cosa votare: non mi sono di certo impegnato, però avendo votato e sostenuto il Movimento 5 Stelle a partire dal 2013, mi sono comunque posto un problema di "coscienza", dove il virgolettato sta ad indicare che il problema non è propriamente di coscienza. Il proposito di votare favorevolmente è legato alla necessità di non far apparire sconfitto il Movimento e di scatenare, inevitabilmente, una crisi politica e forse anche di governo. Proposito, questo, che tuttavia ragionevolmente dovrei rimuovere perché a me non ne viene niente dal sostegno al Movimento, tanto più che non sono nemmeno certo che lo voterò di nuovo alle prossime elezioni. Così concludo che, nel fare la mia scelta, debbo attenermi esclusivamente al merito del quesito e non alla "coscienza". 

Il tema delle riforme costituzionali è uno dei preferiti tra i miei pensieri, naturalmente ed immancabilmente inutili. Conseguentemente ho una chiara idea di come si dovrebbe riformare la costituzione e perché. Per esempio, trovo che ridurre il numero dei parlamentari per ridurre il costo della classe politica sia come usare una forchetta per mangiare una minestra: è inappropriato. Se volessimo tirare questo ragionamento alle estreme conseguenze,  potremmo stabilire che il parlamento dovrebbe essere formato da 50 deputati e 25 senatori. E perché no da 10 deputati e 5 senatori? C'è una regola generale non scritta nelle costituzioni, ma sottintesa, che vuole che il rapporto tra eletti ed elettori sia di circa 1 ogni 100 mila: questa è la ragione per cui gli stati aventi una popolazione attorno ai 60 milioni di abitanti hanno una camera elettiva di circa 600 membri. La regola non è precisa, ma spiega perché la Francia abbia 577 membri, a Westminster abbiano posto 650 MP, in Germania i deputati siano più di 700. Nulla di strano, quindi, che in Italia la Camera dei Deputati abbia 630 deputati. E' strano, invece, che questo numero sia fisso e non sia periodicamente adeguato al numero della popolazione, così come avviene in tutti i paesi citati. Il problema del parlamentarismo italiano, quindi, è semmai nel numero dei senatori e nella loro funzione. In tutti i paesi occidentali solo una camera è effettivamente e/o interamente elettiva, cosa che produce un sistema parlamentare "monista" in cui, cioè, il governo deve rendere conto e ragione solo all'unica camera eletta democraticamente o democraticamente per intero. D'altra parte il sistema delle due camere ha senso solo se le funzioni sono differenziate o differenziato è il principio di composizione. Negli stati federali, per esempio, la seconda camera - elettiva o meno - rappresenta le entità federate. Negli stati centralizzati - a cui il nostro parlamentarismo fa ancora riferimento, malgrado la riforma del 2001 del Titolo V - la seconda camera in genere o non è elettiva o non esiste proprio. Nelle monarchie la seconda camera - per la verità la prima - era costituita da aristocratici membri di diritto o di nomina regia. In Europa solo il Regno Unito ha mantenuto la House of Lords, avendo la Norvegia, la Danimarca, la Svezia abolito il bicameralismo per via dell'anacronismo dell'aristocrazia. In Olanda e in Belgio la seconda camera rappresenta le province e le regioni e ha poteri attenuati rispetto alla prima. I paesi scandinavi hanno abolito il bicameralismo, così come molte costituzioni recenti hanno previsto l'unicameralismo (Portogallo, Grecia, Turchia). Insomma, o la seconda camera ha un senso funzionale oppure non ha più motivo d'esistere. 

La mia conclusione è, quindi, che la riforma del sistema parlamentare dovrebbe vertere su considerazioni di natura politica (vogliamo uno stato centralizzato o federale?), storica (dobbiamo ancora far riferimento alla "bella costituzione inglese" come nel '700?), sociale (se esiste, l'aristocrazia ha ancora un peso economico e sociale?), nonché di "ingegneria costituzionale" (a chi il potere di scioglimento della camera? sfiducia costruttiva o sfiducia al buio? immediate elezioni anticipate dopo le dimissioni del governo?) e legarsi anche alla formazione e ai poteri del governo, giacché è inammissibile che nel 2020 l'Italia non abbia ancora risolto i suoi annosi problemi di stabilità di governo (problema risolto trent'anni fa nelle regioni e nei comuni) e che la riforma delle camere non sia calata all'interno di una riforma più generale della Costituzione. Riforma che dovrebbe investire, per l'appunto, anche le regole di formazione del governo - di cui la nostra legge fondamentale è assai scarsa - e la sua capacità di resistere ed opporsi ai movimenti dei piccoli gruppi parlamentari, quei gruppi, cioè, che nascono in parlamento da scissioni di partito con lo scopo di meglio "ricattare" il governo, che senza i loro numeri, cadrebbe penosamente. 

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